L'abolizione della pena di morte è un ulteriore passo del Paese dei cedri verso la ricostruzione
L'11 agosto scorso il Parlamento libanese, guidato dal presidente sciita Nabih Berri, ha abolito la pena di morte. I deputati di Hezbollah e del Movimento patriottico (cristiano), in accordo tra loro, sono usciti dall'aula per protesta per la mancata approvazione previa di un'amnistia generale (non per la pena di morte).
La decisione del Parlamento è il frutto del nuovo clima politico, instauratosi con l'elezione del presidente Joseph Aoun, che ha posto fine allo stallo di tre anni (i partiti non si accordavano sulla candidatura presidenziale). Aoun ha promesso di restaurare l'autorità dello Stato, liberandolo dall'occupazione israeliana e impegnandosi per garantire il monopolio della Repubblica sul porto delle armi.
Il Libano è fragile. Tutti i gruppi militari si sono da tempo disarmati. Resta Hezbollah, il movimento sciita, con un esercito dotato di razzi, missili, droni e 40 mila militari, una capacità paragonabile alle forze armate libanesi. Rifornito dall'Iran, cui è connesso, Hezbollah ha combattuto in Siria a sostegno di Assad. Combatte Israele, colpendone anche il territorio. Il che dà motivo a Gerusalemme di entrare in Libano, dove occupa tuttora alcune aree. In questo periodo sono in corso a Roma negoziati tra Libano e Israele, che dovrebbero portare al vicendevole riconoscimento diplomatico e al ritiro totale degli israeliani.
Il Libano, che conta sei milioni di abitanti, accoglie quasi mezzo milione di profughi palestinesi, in campi segnati dalla provvisorietà, nonostante siano lì in buona parte da settantacinque anni. La guerra civile in Siria negli ultimi dieci anni ha riversato più di un milione di siriani nel Paese, che ha il più alto numero di rifugiati pro capite al mondo. La fragilità libanese è nel pluralismo del Paese: diciotto confessioni, tra cui le più folte sono i cattolici maroniti, i musulmani sunniti (le comunità all'origine del Libano indipendente), i musulmani sciiti, cui seguono greco-ortodossi e greco-cattolici, drusi e altri.
Nella seconda metà del Novecento il Libano è stato considerato la "Svizzera del Medio Oriente", uno spazio libero, anche culturalmente, tra regimi arabi autoritari, e un centro finanziario importante. Nel 1975 è scoppiata una guerra civile con scontri intercomunitari, mentre la Siria interveniva occupando il Paese. Elementi d'instabilità sono stati la presenza armata palestinese e gli interventi israeliani. Nel 2020 un'esplosione di nitrato d'ammonio nel porto di Beirut provocò 270 morti.
Oggi però un Libano fragile si avvia alla ricostruzione nazionale, affrontando il problema del disarmo di Hezbollah e della presenza d'Israele sul suo territorio. In tante dolorose vicende i libanesi hanno mostrato una grande capacità di resilienza. Il Libano non è solo un Paese - diceva papa Wojtyla - ma un messaggio. È un ponte tra Oriente arabo e Occidente, l'unica democrazia nel mondo arabo.
Nel quadro di un "umanesimo" libanese si colloca l'abolizione della pena di morte, con il voto di musulmani e cristiani: gesto significativo per il mondo arabo e islamico, che ancora rifugge questa scelta, maturata invece in un Paese pluralista, che conosce bene le derive dell'uso della violenza. È una decisione che dice del Libano e della sua scelta per la pace, non a caso visitato da Leone XIV nel suo primo viaggio.
[ Andrea Riccardi ]










