Venti giorni dopo l'esodo di massa a Tarajal, in cui 141 persone sono annegate, migliaia di migranti vivono ancora per le strade di Ceuta: una delegazione di Sant'Egidio ha visitato la città per portare vicinanza e ascoltare le loro storie.
Il 31 luglio più di 70.000 persone hanno tentato di attraversare il confine tra Marocco e Spagna nella zona di Tarajal, a Ceuta: 141 di loro sono annegate. Un evento definito «un esodo dei dannati della terra». (Vai all'articolo di Andrea Riccardi) Venti giorni dopo, migliaia di migranti, circa 4.500, molti dei quali minori, vivono ancora per le strade della città, sulla spiaggia del Trampolín e nei capannoni industriali di Tarajal.
Per questo, una delegazione della Comunità di Sant'Egidio spagnola ha visitato Ceuta, per portare vicinanza e solidarietà sia ai migranti sia alla città stessa.
Per le strade si incontrano numerosi gruppi di ragazzi minorenni, seduti sulle panchine o all'ombra di un albero: hanno paura, cercano cibo, cercano di riempire le ore della giornata. Dormono dove possono, nei parchi, nei cortili tra i palazzi di quartieri come El Príncipe, in piccole baracche costruite sotto un canniccio nei quartieri periferici. «Vorrei andare a scuola» dice Obeid, 12 anni «ma qui non c'è un una scuola».
Nella zona dei vecchi capannoni industriali di Tarajal, accanto al confine e alla grata di separazione, vivono centinaia di persone, soprattutto famiglie marocchine, in capanne costruite con legno e teli, senza acqua e servizi igienici. Il cibo, se e quando arriva, è una volta al giorno.
Ci sono bambini a partire dai due anni, alcuni senza famiglia, adottati informalmente da altre madri del campo. «Che futuro mi aspetta in Marocco?" si chiede Mustapha. Faceva l'idraulico a Tetuan, ma il suo stipendio bastava a malapena per l'affitto. «Ecco perché sono partito». E aggiunge: «Nessuno è venuto a trovarci qui», un sentimento di abbandono condiviso da molti.
Sulla spiaggia del Trampolín, sempre in territorio spagnolo, un grande accampamento ospita migliaia di persone, per la maggior parte subsahariane, ma anche algerine, marocchine, egiziane. Alcune portano ancora le ferite delle traversate a nuoto attraverso il frangiflutti. Ci sono poche latrine e docce all'aperto; la distribuzione del cibo comporta fino a tre ore di attesa sotto il sole.
Gli abitanti di Ceuta, una città con una lunga tradizione di convivenza tra cristiani, musulmani, ebrei e indù, si sentono in parte dimenticati. Pur mostrandosi accoglienti verso chi cerca un futuro migliore, chiedono a loro volta di non essere lasciati soli davanti a un'emergenza che li riguarda direttamente. Per questo la visita della delegazione di Sant'Egidio, che ha permesso momenti di ascolto, di dialogo, diindividuazione dei bisogni più urgenti, è stata ricevuta con gratitudine non solo dai migranti ma anche dai ceutias.
La visita a questa frontiera cruciale delle migrazioni che interessano il Mediterraneo iha riproposto ancora una volta la necessità di incrementare la via dei corridoi umanitari per un'immigrazione legale e sicura.










