Andrea Riccardi: “L’Ue lavori sull’integrazione, basta disumanizzare i più deboli”

Andrea Riccardi: “L’Ue lavori sull’integrazione, basta disumanizzare i più deboli”

“Il clima pre-elettorale fa sì che si moltiplichino questi giochetti nazionali e non si veda solidarietà europea. Dublino va superata”

“Il clima pre-elettorale, in Italia e in altri paesi europei, fa sì che si moltiplichino questi giochetti nazionali e non si veda il tema migratorio nel quadro della solidarietà europea”. Andrea Riccardi propugna la necessità di sottrarre i migranti alla sola logica securitaria: “Servirebbe un ministero dell’integrazione”, afferma lo storico, fondatore della comunità di Sant’Egidio, nonché ministro all’epoca del governo Monti.
L’Europa cosa ha imparato, o non ha imparato, da quel che è avvenuto a Ceuta? 
“Ceuta è diventata l’immagine dell’invasione dei migranti ma proviamo ad analizzare questa immagine. Bisogna resistere al processo di disumanizzazione del migrante. Sono stati fatti passare per invasori uomini che non portavano niente se non il loro corpo, tante volte seminudo, in buona parte strumentalizzati, dai marocchini, dai trafficanti e forse da disegni politici sul futuro di Ceuta".
Lei crede a chi vede un nesso tra l’arrivo dei migranti e le regolarizzazioni del governo spagnolo di Pedro Sanchez? 
“No, io credo che la questione di Ceuta sia legata alla realtà stessa di Ceuta. Quanto alle regolarizzazioni, servono a riconoscere uno stato di fatto. In Italia abbiamo vissuto tante regolarizzazioni, ne hanno fatte Berlusconi, Prodi. Quando ero ministro, il governo Monti regolarizzò, in connessione con una norma europea, 130mila persone. Quello è il periodo in cui in Italia fu rivelato il livello più basso di preoccupazione nei confronti dei migranti”.
Perché? 
“Credo che questo dipenda dal discorso pubblico sui migranti, che fu molto equilibrato a cominciare dal governo Monti. In questa fase di pre-campagna elettorale, invece, non solo italiana ma europea, siamo scivolati sul fare del tema migranti un tema elettorale e questo è pericoloso”.
I paesi del nord Europa stanno rinviando i migranti in forza del trattato di Dublino: il patto europeo sui migranti fortemente voluto dal governo Meloni si sta ritorcendo contro l’Italia? 
“Secondo me non è vero che la richiesta di espellere i dublinanti sia una conseguenza della sospensione di Schengen da parte dell’Italia in seguito a ciò che è avvenuto a Ceuta, anche perché la Spagna e la Francia hanno assunto un atteggiamento nobile sulla questione. Quel che è mancato nel patto europeo, tutto caratterizzato da un’impronta securitaria, è di non avere rivisto la clausola di Dublino, l’idea, cioè, che i migranti vanno rinviati nel paese europeo dove sono arrivati”.
E’ una norma sbagliata secondo lei? 
“E’ nata in un altro tempo, è un discorso che non regge più. E’ ovvio che i paesi maggiormente esposti al flusso di migranti siano i paesi dell’Europa meridionale. Chi sbarca a Lampedusa viene considerato come uno che entra in Italia, ma quale è la sua intenzione? Vuole restare in Italia o andare in Germania? Secondo me questo patto non è andato al fondo e oggi i problemi si scaricano sull’espulsione dei dublinanti. Ma se noi guardiamo ai numeri dei dublinanti, almeno quelli ufficiali, di cosa stiamo parlando? Sono numeri molto bassi, ma numeri che servono ai governi per dimostrare che fanno una politica muscolare sulle migrazioni”.
I paesi europei cedono all’egoismo nazionale? 
“Stanno scivolando nel botta e risposta della campagna elettorale che travolge tutti. Perché questa sottolineatura del valore delle espulsioni fa dimenticare un’altra cosa. Ci siamo dimenticati che la linea di fronte su cui affrontare il problema migrazione non è la frontiera ma il cuore della società e il cuore della società vuol dire l’integrazione, cioè imparare la lingua, trovare lavoro, inserirsi in una comunità umana. Quando si lavora sull’integrazione dei migranti allora la società tutta ne ha un grande giovamento, ma per farlo bisogna considerarli uomini e donne, non invasori e criminali”.
Come fare a integrare i migranti se, nonostante l’economia italiana ne abbia bisogno, domanda e offerta non possono incontrarsi se non tramite canali illegali? 
“Ha ragione, accogliere e integrare i migranti non è solo un atto di buon cuore e di giustizia ma un bisogno di molte società europee, compresa quella italiana. Fincantieri ha bisogno di tornitori bangla, la famiglia italiana ha bisogno di colf e badanti, ci sono i lavori agricoli... Il problema è aprire flussi legali e lavorare su questi flussi in maniera realistica. La parola chiave per collegare i flussi legali e la domanda di lavoro è l’integrazione. Ma oggi manca qualcosa: mancano una politica che veda la questione dei migranti in chiave economica e sociale e non solo securitaria, e un ministero dell’integrazione”.
Al governo italiano cosa consiglierebbe in questo frangente? 
“Consiglierei di freddare l’enfasi sull’invasione, consiglierei di gestire i problemi nell’interesse della società italiana, che è quello non tanto di respingere ma di integrare e di far lavorare queste persone. Io penso che questo alla lunga paghi in tanti termini: paga per il benessere della società, paga per la diminuzione della criminalità, paga anche da un punto di vista politico. La lungimiranza costruttiva paga sempre più del consenso del momento”.


[ Iacopo Scaramuzzi ]